Tra le pieghe del tempo | Steven Spielberg nel 1982: “Vi racconto la genesi di E.T. l’extra-terrestre”

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“Tutto cominciò a sei anni. Una notte mio padre mi svegliò, mi caricò in macchina e mi portò sulle colline verdeggianti del New Jersey. Centinaia di persone erano distese per terra. Avevo una paura tenibile. Pensavo che fossero morte. Poi qualcuno mi fece alzare la testa: un nugolo di stelle cadenti illuminava il firmamento, come in un incredibile fuoco d’artificio. Risale ad allora la mia passione per lo spazio e i suoi misteri“.

Così parlava nel 1982, nel corso di un’intervista al quotidiano L’Unità, Steven Spielberg, l’enfant prodige del cinema americano che sorprendeva ancora una volta pubblico e critica con E.T. l’extra-terrestre, film capace di rinnovare la fama del geniale 35enne artigiano della fantasia. Tuttavia, forse pochi sanno che, ancora prima che un’opera destinata ai bambini che fa piangere i grandi, E.T. l’extra-terrestre era la biografia di un sogno.

steven spielberg set et 1982Così continuava il regista nel racconto delle origini del film:

Tra i cinque e gli undici anni ero un disastro sul piano emotivo. Avevo terrore dell’oscurità, del fruscio delle foglie sui vetri della mia finestra, dei muri scrostati. Ed ero molto complessato. Fisicamente. Troppo gracile e magro. Avevo le orecchie a sventola, il naso aquilino, i capelli radi … Fu suppergiù a quell’età che sognai di incontrare un extraterrestre. Lo immaginerò piccolo, insicuro e brutto. Proprio come me.

A chi gli chiedeva se E.T. l’extra-terrestre nascesse proprio da quel desiderio infantile, Steven Spielberg rispondeva:

Sì, e anche dal piacere dì raccontare che cosa significa crescere in periferia, ai margini della città. Io ho trascorso la mia adolescenza a Scottsdale, in Arizona, e so bene come si vive da quelle parti. E poi, mi piaceva l’idea di esplorare un genere poco amato dai registi d’oggi. Niente violenza urbana, né “giustizieri della notte”, né “cose” minacciose che arrivano dallo spazio.

Quasi un seguito di Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977 insomma. Il filmmaker proseguiva:

Forse sì. A dire la verità, prima di realizzare E.T. l’extra-terrestre stavo lavorando a una classica avventura di fantascienza [si doveva intitolare Night Skies] stile anni Cinquanta: gli alieni che attaccano una tranquilla fattoria, molta suspense, un’atmosfera minacciosa. Chissà, forse mi ero lasciato andare. Poi, improvvisamente, l’intuizione. Ero in mezzo al Sahara, durante le riprese di I Predatori dell’ Arca Perduta, tra nazisti assassini e proiettili che volavano da tutte le parti. Che ci faccio qui? mi domandai. Devo tornare indietro, alla spiritualità di Incontri ravvicinati del terzo tipo, al calore delle emozioni più genuine. E cosi cominciai subito a pensare a una storia d’amicizia, tenera e commovente, tra un extraterrestre e un bambino di 11 anni.

Sulla soddisfazione per il risultato finale del film, il regista spiegava:

Si, molto. È il film più semplice e meno costoso che ho fatto. Ma è anche il più complicato dal punto di vista psicologico. Ricordate la nave spaziale di Incontri ravvicinati del terzo tipo? Bene, in E.T. l’extra-terrestre il suo equivalente e la lacrima che sgorga, alla fine, dagli occhi del piccolo Elliott. Questa è la mia risposta a chi mi accusa di fare soltanto dei kolossal spendaccioni da 40 miliardi.

Per concludere, veniva chiesto a Steven Spielberg un definizione del suo alieno:

Mi piacerebbe semplicemente che E.T. diventasse una specie di Topolino, un compagno di giochi per le generazioni degli anni Ottanta.

E il classico è servito.

Di seguito la scena del volo in bicicletta da E.T. l’extra-terrestre:

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FONTE: Il Cineocchio

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